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E siamo arrivati alla fine di novembre...
Ogni volta mi chiedo come sia possibile che il tempo scivoli così fluido tra le mie dita, un giorno dietro l'altro, un anno dopo l'altro... è di nuovo Avvento, si prepara un altro Natale.
La ricetta per godere a pieno del mio tempo ancora non l'ho trovata, e credo che non mi basterà una vita per riuscire a fare tutto quello che vorrei. I pensieri vanno sempre più veloci del tempo che passa e io non riesco a starmi dietro. Ma una cosa è certa ho smesso di angosciarmi e preoccuparmi se questo ogni anno puntualmente accade. L'obiettivo primario è diventato il carpe diem, il riuscire a godermi tutto il bello che accade ogni giorno nel mezzo della vita che scorre, nel mezzo degli attimi che velocissimi passano, impormi di guardare sempre il bicchiere mezzo pieno, gioire delle piccole cose ed essere grata alla vita per tutti i piccoli grandi doni che ricevo ogni giorno o che forse a volte incautamente lascio scorrere dandoli per scontati, senza rendermene conto pienamente. Siamo sempre e solo noi a dare un senso a ciò che accade: sia esso bello o brutto.
Ecco io ho deciso di celebrare solo il bello, di pensare positivo, di respirare pienamente e di cercare di guardare solo verso la parte luminosa della mia vita.
Che la gioia sia con me e con voi che mi leggete sempre con affetto!


La mia ricetta dello sformato di oggi, celebra il dono di un amico speciale: Sergio Merlino, un Maestro acetiere proprio con la M maiuscola, che ho avuto la gran fortuna di incontrare sul mio cammino. Lui è il mago degli aceti, e quante ne sa! Non mi stancherei mai di sentirlo parlare e vi assicuro un mago vero anche nell'aspetto, è proprio Mago Merlino di nome e di fatto!
Dal suo idromele prepara un aceto di miele davvero incantevole, quello che ho utilizzato in questa ricetta.

Ingredienti:
1/2 kg di cavolo viola
1 spicchio d'aglio
2 cucchiaini di erbe di Provenza
250 gr di ricotta vaccina
4 uova
Per la salsa d'accompagnamento:
1/2 litro di latte
50 gr di burro
3 cucchiai di farina
50 gr di parmigiano grattugiato
1 pizzico di noce moscata
qualche bacca di pepe rosa

Procedimento:
Per prima cosa lavare il cavolo, tagliarlo a listarelle sottili e farlo stufare in padella antiaderente con uno spicchio d'aglio e le erbe di Provenza rigirando di tanto in tanto. Quando avranno rilasciato tutta la loro acqua di cottura, salare e far cuocere ancora per una decina di minuti. A questo punto aggiungere l'aceto di miele e lasciare stufare, coperto, fino a quando non si sia completamente consumato. Aggiungere un giro d'olio extra-vergine di oliva solo a fine cottura e lasciar raffreddare.
Io ho utilizzato il Bimby, ma potete fare il tutto anche con un classico frullatore. Aggiungere le uova, il parmigiano, il cavolo stufato, la ricotta aggiustare eventualmente di sale e frullare tutto.
Trasferire in una teglia da plumcake foderata con carta da forno e far cuocere lo sformato per 40-50 minuti a 200°C.

Per la salsa d'accompagnamento:
Far sciogliere il burro in un padellino antiaderente, aggiungere la farina, la noce moscata, il sale e con una frusta mescolare accuratamente con poco latte fino ad ottenere una consistenza cremosa senza grumi. Quindi porre su fuoco basso, aggiungere gradatamente tutto il latte e mescolando lentamente far addensare la salsa. A fine cottura aggiungere il parmigiano e servire in accompagnamento con le fette di sformato decorando con qualche bacca di pepe rosa.


Buona giornata a tutti e arrivederci, speriamo presto, con la mia prossima ricetta








L'unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. 

(Steve Jobs)

Ogni volta al termine di un tour con QuidaNoi, mi stupisco di quanta passione, quanta dedizione e amore per la propria terra ed il proprio lavoro, siano nascoste e sparse nel nostro Stivale. 
C'è un'Italia sommersa che sta cambiando, lentamente forse, ma che crede ancora nel buono, nel valore della cooperazione, ma non quella apparente, falsa e solo di facciata di cui parlano i media per far clamore, che insinua l'idea che la cooperazione sia solo una "maschera" per evitare di pagare le tasse e sfruttare i lavoratori, no. Parlo di una cooperazione autentica, di tutte quelle persone che ci mettono la faccia, perchè credono davvero in quello che fanno, che si spendono ogni giorno per costruire un'Italia migliore e diversa, che hanno capito che l'unione fa la forza e che il mettersi insieme aiuta a vincere le dure leggi di mercato, che oggi ahimè guardano ormai solo più al profitto a discapito di etica, qualità e tutto il resto.
Nella tre giorni pugliese (25-27 settembre) a cui ho partecipato, ho sentito forte queste voci di cambiamento. Un processo ancora poco noto forse, fatto di tante singole persone che hanno osservato il loro lavoro, analizzato risorse e disponibilità e hanno deciso che una debolezza può essere un punto di forza. Un percorso di persone consapevoli che stiamo attraversando un periodo difficile, in cui le risorse sono poche e le difficoltà molte, ma che proprio per questo l'unico modo per uscirne vincenti è lavorare puntando sulla qualità, sulle eccellenze eno-gastronomiche, che ogni piccolo angolo di questo nostro Bel Paese possiede, sforzandosi di trovare un modo, una strategia nuova per valorizzarle. C'è chi riduce al minimo la produzione, ma non rinuncia alla qualità, chi decide di investire per ingrandirsi e innovare aprendosi anche al mercato estero. Scelte legate alla propria storia, al proprio percorso. Ogni cooperativa ha una sua storia e credetemi fa bene al cuore sentirle raccontare.  


L'abbiamo sentito a Bari in visita alla Cooperativa Aproli, durante il mini corso di degustazione dell'olio, che mi ha dato lo spunto per scrivere un articolo tutto dedicato al nostro oro verde: l'olio extra-vergine d'oliva.
Quanto mai attuale visto che è proprio di questi giorni la notizia di contraffazioni dell'olio d'oliva venduto come extra-vergine, operate da grandi marche.
Come sempre dico la differenza la possiamo fare noi consumatori, scegliendo ciò che mettiamo in tavola ogni giorno, privilegiando chi il buono lo produce davvero, e cercando di diventare sempre più consapevoli di quell'atto così elementare che è il cibarsi, ma che ahimè oggi sta diventando sempre più complicato da gestire per mille ragioni diverse.
Vi lascio il link del mio articolo sull'olio d'oliva, scritto sul blog QuidaNOi 


Potrete leggere il mio piccolo vademecum per imparare a scegliere un olio davvero buono.
Buona lettura!

Come sono lenta! 
Le tartarughe al confronto, vanno spedite... eh,eh!
Dopo un mese di assenza oramai, torno nuovamente anche qui nella mia adorata casetta virtuale, per regalarvi un pane autunnale dal sapore meraviglioso.
Amo l'autunno che per me è sinonimo di lentezza.
Una lentezza che sarebbe da assaporare senza la fretta che, ahimè, non ci fa respirare nemmeno un secondo nelle nostre intense giornate così fitte, da non trovare a volte nemmeno il tempo per un respiro profondo.... 
Un tempo che sarebbe da vivere nel silenzioso profumo di terra bagnata dei boschi, persi tra le foglie con i loro splendidi colori giallo, arancio e dorato, che riescono a riappacificarmi con il mondo, a farmi rientrare in contatto con me stessa, a ritrovare il senso profondo dell'esistenza e un'armonia, che a contatto con la natura, sembra così facile trovare, per sentirsi subito più leggeri.
Mi sono ritrovata così, qualche sabato fa: serena e felice durante la mia passeggiata tra i boschi in cerca di castagne. 
Un piacevolissimo e tiepido pomeriggio di sole, trascorso in semplicità, con due amici sinceri e i nostri bimbi, che con le loro urla gioiose tutti eccitati, sorridevano felici per il loro cospicuo bottino, frutto di tanta generosità della natura. 
E ne abbiamo raccolte davvero tante di castagne!
E alla fine sono sparite presto, le abbiamo mangiate quasi tutte così, una dopo l'altra, come caldarroste cotte semplicemente in forno. 
Qualcuna però sono riuscita a tenerla da parte, per farci un pane, questo qui:




Un pane semplice per la verità, ma tanto buono perché fatto con quella silenziosa calma e quella lentezza, che appartengono al bosco e che io ho solo avuto il privilegio di prendere in prestito, almeno per un giorno... la lentezza, dedicata al mio giorno preferito, quello per fare il pane!

Ingredienti:
40 gr di lievito madre
1 cucchiaino di sciroppo di malto d'orzo
200 gr di farina Enkir Mulino Marino
150 gr di farina integrale Antiqua
200 gr di Farina 0
200 gr di castagne già pulite e tritate
10 gr di sale fino 



Procedimento lento:
La sera prima 
In una ciotola con coperchio adatta alla lievitazione, sciogliere il lievito madre in 100 gr di acqua tiepida con un cucchiaino di sciroppo di malto d'orzo, aggiungere 60 gr di farina 0 e mescolare con una forchetta fino ad ottenere una crema, che lascerete riposare coperta a temperatura ambiente fino al mattino seguente. 
Preparazione delle castagne
Io le ho preparate così. Per prima cosa le ho messe a mollo in acqua fredda per un paio d'ore, così si stacca bene la pellicina interna, poi le ho fatte bollire 10 minuti, una volta raffreddate, le ho incise con la lama di un coltello e cotte in forno in una teglia per pizza per 15-20 minuti a 200°C in forno già caldo. Si sbucceranno benissimo! 

Il giorno dopo
Prendere l'impasto cremoso con il lievito madre preparato la sera e aggiungervi tutta la farina 0 e la farina integrale rimaste, 200 grammi di acqua e girare con una forchetta, aggiungere quindi le castagne sbriciolate ed il sale e mescolare sommariamente, infine passare dalla ciotola alla spianatoia cospargendola con la farina enkir, aggiungere ancora circa 100 gr di acqua tiepida per lavorare bene l'impasto fino ad incordatura. Formare una palla e riporre l'impasto a lievitare in un luogo tiepido in una ciotola ben oliata e coperta prima con la pellicola e poi con una copertina. Aspettare il raddoppio, a me sono occorse quasi 4 ore. Oliare bene la spianatoia, delicatamente ribaltarvi sopra l'impasto, sgonfiarlo e fare un giro di pieghe a libro. Ridare la forma al pane, per me a pagnotta, e lasciare lievitare per altre due ore a temperatura ambiente. Trascorso questo tempo incidere il pane e infornare subito in forno caldo a 220°C per i primi 15 minuti e poi abbassare a 200°C fino a doratura per altri 15-20 minuti, regolatevi con il vostro forno. A cottura ultimata il pane "dovrà bussare".

Ed eccone una fetta tutta per voi, che oggi siete voluti passare di qui!



A presto 










E' proprio vero che non si finisce mai di imparare, e che più si studia e si crede di aver appreso e più si aprono voragini di conoscenza su ciò che ancora non si conosce! La mia curiosità e il mio sapere sono da sempre avidi e impazienti, ma la consapevolezza è una via lenta, che apre i suoi orizzonti nuovi, e lo ammetto a volte inaspettati, solo agli umili e ai pazienti. Per cui, lo so, dovrò rassegnarmi a continuare la mia ricerca proseguendo con lentezza, un passetto alla volta.
Una cosa è certa, da quando è nato questo blog e a gennaio saranno già 6 annila mia consapevolezza sul cibo è enormemente aumentata e la mia alimentazione è anche un pò cambiata. In meglio credo. 
Oggi in ogni caso, è certamente più consapevole di 5 anni fa, ho imparato moltissime cose sul cibo, nuovi modi di cucinare le stesse pietanze, nuove ricette, anche se la strada da percorrere è ancora lunghissima. 
Il consumo di carne nella nostra famiglia è gradualmente ma sensibilmente diminuito nel tempo, sebbene la mia cucina, per mia scelta, rimanga onnivora.
Questo che presento oggi, è un piatto molto gradito da mio marito, e da mio figlio, che da buoni piemontesi, amano particolarmente la carne, ed è una ricetta tipicamente tradizionale, generalmente servita come antipasto, ma che a casa nostra, all'occorrenza diventa anche un valido secondo piatto.
La lingua al verde:


Questo è un piatto povero, preparato con un pezzo considerato poco pregiato, e non al pari di altri "nobili" pezzi di carne, che non cucina quasi più nessuno delle giovani generazioni, ma che forse proprio per questo io amo di più, anche perchè credo non abbia nulla da invidiare ad altri pezzi di carne molto più costosi e blasonati
La lingua rimane morbida e con la salsa acquista un sapore deciso, proprio come vuole la tradizione.  

Ingredienti:
1 lingua di vitello
Per la salsa verde:
prezzemolo fresco (un bel mazzetto)
1 piccolo spicchio di aglio
3-4 acciughe dissalate
1 manciata di mollica di pane
qualche cucchiaio di aceto
1/2 bicchiere di olio extra vergine di oliva 
N.B. in qualche ricetta si usa preparare la salsa con l'aggiunta di 
1 uovo sodo, che io però ho omesso 


Procedimento:
Per prima cosa ho cotto la lingua, con cui si ottiene un brodo delizioso. Ho fatto bollire la lingua coperta di acqua in pentola a pressione con alloro, cipolla, carota e sedano per 40 minuti dal fischio. Poi l'ho scolata e lasciata raffreddare bene prima di affettarla a mano, cercando di fare delle fette piuttosto sottili. 

Per la salsa verde:
Ho bagnato la mollica di pane con l'aceto e ho pulito e lavato bene il prezzemolo, quindi ho frullato il prezzemolo e le acciughe con lo spicchio d'aglio e la mollica di pane, aggiungendo da ultimo l'olio fino ad ottenere una consistenza cremosa come in foto.
Guarnire la lingua con la salsa e decorare con qualche bacca di pepe rosa prima di servire.

Buon appetito e arrivederci alla prossima ricetta





Spero sinceramente di non turbare troppo gli animi con il titolo di questo post, ma è mio dovere informarvi in anticipo: se siete matti da legare come me, allora seguitemi.
Vi assicuro che solo qualche folle come la sottoscritta può essere felice di fare cotanta fatica per una confettura e soprattutto entusiasmarsi saltellando peggio di una bambina di 5 anni, per essere finalmente riuscita a trovare delle bacche selvatiche!
In una delle nostre ultime passeggiate estive in montagna ho visto tantissime piante cariche di bacche di rosa canina, #robedafoolblogger avete ragione, ma non ho proprio resistito, non sono riuscita a trattenermi e ho pure coinvolto nella raccolta tutta la famiglia, con il pargolo giustamente scocciato perchè mi fermavo in continuazione e il marito che imprecava perchè ogni tre per due si pungeva un dito


Eh già perchè si sa le rose hanno le spine, pure quelle selvatiche!
Raccoglierle tutte vi assicuro non è stata una passeggiata, per non parlare poi di come riuscire a farci la confettura... ma questo ve lo racconto dopo.
Insomma matta sono matta si sa, testarda nemmeno a dirlo e proprio non ho resistito, le ho raccolte queste deliziose bacche rosse e ci ho fatto una bella confettura.
Ma guardatele, non sono bellissime?


Sembrano quasi dei piccoli pomodori, ma il sapore è asprigno simile agli agrumi.
La ricetta della confettura indicata sul mio libretto "Erbe erbette e dolci frutti di campi e boschi" di Ecolibri diceva di usare il vino ma l'idea non mi piaceva per nulla. 
Per cui alla fine ho seguito, sebbene un pò di testa mia come sempre, la ricetta di Claudia Verdecardamomo che trovate qui.


Ingredienti: (ho ricavato 3 vasetti piccoli)
700 gr di bacche di rosa canina
250 gr di zucchero semolato
1\2 stecca di vaniglia
acqua qb


Procedimento:
Come già anticipato il procedimento è stato davvero laborioso.
Per prima cosa ho sciacquato bene le bacche sotto l'acqua corrente e le ho lasciate in ammollo con acqua e bicarbonato per un paio d'ore. Quindi le ho pulite togliendo il picciolo nero e le ho aperte in due. Al loro interno troverete tanti semini e peletti (irritanti per l'intestino) che vanno accuratamente rimossi. 
Che lavoraccio! Private quindi dei semini interni le ho nuovamente sciacquate e poste in una casseruola coperte con due dita d'acqua facendole cuocere per circa 20 minuti finchè fossero morbide. Una volta cotte ho posto un colino a maglie molto fitte su un'altra pentola in cui raccoglierne la purea. Potete usare anche il passaverdure, io ho usato un cucchiaio di legno per schiacciarle bene e far filtrare tutta la purea senza le bucce, i peletti ed i semini eventualmente rimasti. Altra faticaccia... Una volta ottenuta la purea (molto simile ad una passata di pomodoro per colore e consistenza) ho aggiunto lo zucchero e la bacca di vaniglia e ho lasciato addensare nuovamente sul fuoco.
La consistenza della confettura risulterà pastosa
Infine ho riempito i vasetti già bollenti (che faccio bollire in una pentola per tutto il tempo di preparazione della confettura) chiuso e lasciato raffreddare. 

Commento del marito esterrefatto:

"E hai fatto tutto sto lavoro per questi 3 miseri vasetti?"

Eccovi spiegata l'insana follia. 
E lo sappiano bene gli amici che mi leggono, quando se ne vedranno recapitare un vasetto in dono a Natale: questa confettura vale oro :D con tutta la fatica ed il lavoro che mi è costata!

NOTE PERSONALI:
Ho cercato inoltre notizie sull'etimologia del termine rosa canina, incuriosita dall'origine buffa di questo nome, scoprendo che Linneo attribuì alla radice della rosa selvatica la proprietà di preservare dalla rabbia trasmessa dai cani! Da questa credenza poi rivelatasi falsa, deriva l'attribuzione di "canina". 
Le bacche comunque sono ricchissime di Vitamina C e vennero usate in gran quantità in Gran Bretagna fino agli anni '50, per darle ai bambini al posto degli agrumi, introvabili a quel tempo nel Nord Europa, proprio per questa loro particolare caratteristica nutrizionale. 


Sono stata una privilegiata, poichè avevo già assaggiato il Nergi©, lo scorso anno a Saluzzo ancora prima del suo lancio commerciale, come a suo tempo avevo raccontato qui.
Non ho avuto molti dubbi quindi sul come abbinarlo, volevo usarlo in purezza per non snaturarne il gusto e soprattutto le sue preziose proprietà nutrizionali. Dopo l'Educational Tour di qualche settimana fa ho avuto solo la riconferma che abbinato in un dolce sarebbe stato perfetto. Doveva essere un dolcetto piccolo, ma proprio bello, un finger-food, da gustare e assaporare in pochi morsi. 
Un dolcetto semplice insomma, e tradizionalista... come me.
La mia cucina mi rappresenta e quindi non poteva non essere un dolce minimalista, che nella sua semplice sobrietà racchiudesse però anche tutto ciò che mi piace. 




Ingredienti:
Nergi©
Per la frolla (da una ricetta di Morena presa qui)
160 gr di burro morbido
80 gr di zucchero a velo
250 gr di farina 
1 tuorlo
1 pizzico di sale
1/2 cucchiaino di zeste di limone non trattato

Per la crema pasticcera 
(ricetta liberamente tratta da "Peccati di Gola" di Luca Montersino)
160 gr di latte intero
40 gr di panna fresca
60 gr di tuorli (circa 4 uova)
60 gr di zucchero
20 gr di amido di mais 
1/4 di stecca di vaniglia



Procedimento:
Per la frolla (dalla ricetta di Morena presa qui)
Disporre la farina a fontana e mettere al centro tutti gli ingredienti. Con una spatola cominciare a tagliuzzare il burro in modo da rendere i pezzetti sempre più piccoli. Amalgamare man mano gli ingredienti, fino a quando si otterrà una specie di sfarinato. Impastare velocemente a mano. L'uso della spatola fa sì che si tocchi la frolla con le mani il meno possibile. Una volta ottenuto un impasto omogeneo, avvolgere nella pellicola e far riposare in frigo almeno mezz'ora. 
Stendere la frolla su un piano infarinato aiutandosi con il mattarello, ricavare con dei taglia-biscotti dei fiorellini, disporli all'interno degli stampini (io ho usato quelli in silicone) e dopo averne bucherellato il fondo con i rebbi di una forchetta cuocere le tartellette in forno statico per 12 minuti a 170 gradi. 
Regolatevi con il vostro forno dovranno essere appena colorite. Lasciatele raffreddare prima di guarnirle con la crema ed il Nergi tagliato a pezzetti.


Per la crema pasticcera 
Montare i tuorli con lo zucchero quindi aggiungere l'amido di mais e mescolare con la frusta per ottenere una crema liscia. Nel frattempo far bollire il latte con la panna e la stecca di vaniglia e appena raggiunge il bollore versare a filo sulla crema di uova e mescolare per non fare grumi. Cuocere ancora per un minuto mescolando con una frusta. Far raffreddare bene la crema tenendola in frigo. 
Quindi metterla  in una sac a poche per disporla più agevolmente all'interno delle tartellette.

Assemblaggio 
Riempite ciascuna tartelletta con la crema aiutandovi con la sac a poche e guarnitela con il Nergi tagliato a fettine.


Con questa mia ricetta partecipo al Contest:


Nergi




Da pochissimi giorni, per l'esattezza dal 7 settembre, nei reparti ortofrutta dei supermercati ha fatto capolino un nuovo protagonista: il Nergi© distribuito da Ortofruit.
Eccolo in tutta la sua bellezza: 


Il 29 e 30 agosto ho avuto il privilegio di partecipare all'Educational Tour organizzato da QuidaNoi.

Il mio compito nel corso della sfida tra blogger alla 66° Sagra del Peperone di Carmagnola è stato quello di illustrare le proprietà nutrizionali del Nergi oltre ovviamente degustarlo, cercando di dare le mie impressioni e fare alcune prime considerazioni.
Avevo già assaggiato il Nergi lo scorso anno a novembre, e ne avevo già parlato in un mio post qui, sempre a Saluzzo, la patria produttiva del Kiwi dove è tuttora coltivato. Il Nergi è un baby-kiwi non è un OGM (organismo geneticamente modificato), al contrario è al 100% naturale, con pochissime calorie e tantissime interessanti proprietà dal punto di vista nutrizionale. E' un frutto ricchissimo di Vitamina C, di fibre e Vitamina E, antiossidanti, calcio, magnesio e potassio come si può leggere nella sua scheda nutrizionale anche qui. Particolarmente adatto quindi ad anziani e bambini, ma anche a chi è sempre di corsa e ha bisogno di una carica speedy-express anti-fatica ed anti-stress sempre a portata di mano
Un frutto tutto verde molto carino anche da vedere, con un gradevolissimo sapore (a mio avviso più dolce e gradevole del kiwi che conosciamo!) che si mangia come un frutto di bosco, con tutta la buccia. Il che lo rende perfetto come frutto da spizzicare, uno snack adatto a qualsiasi momento, specie se utilizzato per una sana merenda, perchè molto amato dai bambini, come ci dicono i francesi, che hanno commercializzato il Nergi prima di noi e hanno quindi già avuto modo di raccogliere le prime impressioni.
Insomma sarà il nuovo frutto per l'autunno come ho scritto anche qui



Anche il kiwi che conosciamo è originario della Cina, fa parte del genere Actinidia, di cui esistono 3 specie:

  • Deliciosa
  • Chinensis
  • Arguta
La varietà cui appartiene il kiwi classico "peloso", insomma quello che tutti ben conosciamo è della specie Chinensis, oppure Deliciosa, la cui varietà più coltivata in Piemonte è l'Hayward. Da diversi anni però questa specie è stata colpita da una grave batteriosi da Pseudomonas, un batterio infestante che ha letteralmente dimezzato le coltivazioni di kiwi, perchè non esiste un rimedio e occorre tagliare le piante infestate. Di 7000 ettari coltivati in Piemonte oltre 3000 sono stati colpiti, con gravissimi danni economici per i produttori. Per questo si è pensato ad una nuova sfida, cercando una varietà di kiwi che fosse resistente alla batteriosi. 
Si è così arrivati al nuovo kiwi-berry, il Nergi appunto, che è stato ottenuto da botanici neozelandesi con diversi innesti partendo da una varietà selvatica di kiwi originario della Cina Occidentale resistente al freddo e appartenente alla specie Arguta
Le due varietà che possiamo trovare in Italia oggi in commercio sono la Rua e il Tahi (sopra in foto).



Enrico Barra, il tecnico agronomo soprannominato "l'Uomo Nergi", ci ha illustrato tutte le caratteristiche peculiari del frutto, che successivamente abbiamo potuto anche degustare, mostrandoci i frutti, direttamente nel frutteto. I frutteti sono tutti coperti da sottili reti scure che proteggono i delicati frutti dal troppo sole e dalla grandine che potrebbe irrimediabilmente danneggiarne il Nergi. La raccolta deve essere fatta a mano tra settembre e novembre. Il consumo del Nergi inoltre non è immediato, i frutti raccolti infatti non sono ancora pronti da mangiare, devono seguire un affinamento in frigo. Dopo essere stati conservati per una decina di giorni a bassa temperatura, possono quindi essere immessi in commercio.
  

Il Nergi dunque è al suo anno zero, ma direi che le prime impressioni alla degustazione, sono state ottime.
A partire dal gelato al Nergi, degustato da Più di un gelato, gelateria gestita da una cooperativa sociale che ha puntato sulla eccellente qualità delle materie prime, già insignita di numerosi premi come scrive anche Pasquale qui e con ottime recensioni anche su Tripadvisor.
Il gelato al Nergi è un gelato dal colore vivace e davvero sublime preparato da un simpatico ed appassionato maestro gelatiere Alfio Tarateta che, con il Nergi, l'acqua e 20% di zucchero aggiunto, ci ha preparato un sorbetto così cremoso e buono che non si può scordare. 


Così come l'intero menù dello chef Giancarlo Piccarreta tutto dedicato al Nergi dal primo al dolce, servito nella bellissima location del Caffe Up di Umberto Palermo un caffe social, trendy come il suo ideatore, molto ricercato nel gusto, ma nello stesso tempo con spazi e personale così attento da farti sentire a tuo agio. Impresa non facile preparare un intero menù con il Nergi, soprattutto la sfida di doverlo cuocere, ma la degustazione non ci ha lasciati indifferenti. 
Davvero particolarmente ben riusciti a mio avviso l'abbinamento con il risotto e con il dolce.



Ed infine il giorno seguente una degustazione servita direttamente nel frutteto dove è stata la volta del pranzo, allestito su un meraviglioso tavolo in loco per un ottimo buffet tutto a base di Nergi. 



Detto ciò credo sia assolutamente doveroso un mio sentito e speciale ringraziamento alle ragazze della cooperativa Dstile nelle persone di Irene Bongiovanni e Michelle Aggio per la loro sempre impeccabile organizzazione durante le giornate del tour e all'instancabile #fatinasupertrottola Renata Cantamessa, che dopo questo evento meriterà forse un nuovo titolo ad onorem: #FataNergi?
Grazie anche a tutti i partecipanti, alcuni oramai volti amici.

Prossimamente vi presenterò una mia ricetta ideata per il Contest utilizzando il Nergi per suggerirvi un suo possibile abbinamento.

Per ora il mio consiglio è ovviamente quello di assaggiarlo, per vedere se vi piace.
E non posso che fare il tifo per tutti quei coraggiosi produttori: 500 aziende agricole della mia regione, che hanno scommesso su questo nuovo frutto, facendo loro un grandissimo in bocca al lupo. 
E naturalmente auguro un grande successo di pubblico anche a lui il nuovo arrivato super-frutto dell'autunno: forza Nergi #nergizzaci tutti, che ne abbiamo bisogno! 

Alla prossima