Ultimi Post
Sarà tutta colpa delle mie origini partenopee???
Ehm, ehm buon sangue non mente! 
Ebbene io adoro la pasta, a cui non rinuncio praticamente mai. 
Di solito a pranzo un piatto di pasta è d'obbligo a casa Any, senza pasta divento triste. 
Dopo questa doverosa premessa mi sono chiesta: 
"Come mai allora dopo più di 6 anni di blog le ricette di primi piatti su queste pagine sono così esigue?"
Ecco lo confesso: perché non le ritengo mai degne di nota. 
A meno che non siano un pò particolari e laboriose da realizzare. 
So strana lo so e che ci vogliamo fare.
La ricetta di oggi però non può proprio mancare in questo mio ricettario virtuale. Primo perché Ã¨ una delle mie ricette del cuore, quelle fatte dalla mamma che non saprai mai rifare uguali per quanto impegno tu ci metta, secondo perché la adoro letteralmente.
E' una delle mie preferite e nella sua semplicità e "povertà" di ingredienti sa essere così buona che le ci vorrebbe un premio speciale!
Ecco, dai che vi regalo la ricetta della mia mamy:




Ingredienti: 
(dosi per circa 4 persone)
300 gr di cavolfiore
1/2 cipolla
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro 
1 pizzico di peperoncino
20 gr di pecorino romano
pangrattato abbondante
1 cucchiaino di origano
olio extra vergine di oliva qb
sale qb
formato di pasta occorrente: rigorosamente bucatini!

NOTE PERSONALI:
Ad onor del vero uso sempre il cavolfiore bianco per fare questa pasta, ma Anna e Renzo, due nostri cari amici, ci hanno fatto dono di questo bellissimo cavolfiore, o broccolo romanesco che dir si voglia, in arrivo dritto dritto dal loro orto, per cui ho usato questo qui:




Procedimento:
Mettete a bollire dell'acqua e poi salatela leggermente.
Non appena bolle tuffatevi il cavolfiore già lavato e pulito, cui avrete separato i fiori all'altezza del gambo. Lasciateli scottare per 8 minuti, quindi con una schiumarola prelevateli dall'acqua senza gettarla via e metteteli da parte in un piatto. Aggiungete ancora altra acqua se occorre e riportatela a bollore quindi cuoceteci i bucatini.
Nel frattempo affettate sottilmente la cipolla in una padella antiaderente e lasciatela appassire dopo averla ben coperta d'acqua. Aggiungete ora il concentrato di pomodoro, i cavolfiori e l'olio e fate soffriggere per 5 minuti, poi spegnete. Tostate il pangrattato con l'origano in un padellino antiaderente per qualche minuto finchè sia leggermente colorito, poi aggiungete un pò d'olio e fate abbrustolire ancora per 2-3 minuti. Non appena la pasta è quasi in cottura (quando manca un minuto) scolatela e saltatela in padella con il cavolfiore per farla ben insaporire. Aggiungete il pecorino ed il pangrattato, lasciandone da parte un poco per guarnire il piatto e mescolate per bene. Se vi piace aggiungete anche del peperoncino. 
Ora impiattate e godetevi la poesia!

Buon Appetito






Mi accade spesso quando cucino, che certe pietanze più di altre mi riportino indietro nel tempo e mi fanno pure parlare in dialetto. 
Ieri sera mentre portavo in tavola questo piatto semplicissimo, mio figlio mi chiedeva che cosa fosse "a' past ammiscchiat" da me nominata.
Un piatto d'altri tempi, d'origine contadina di cui mia nonna mi spiegava la storia, almeno quella della nostra famiglia. Per questo primo piatto infatti lei era solita utilizzare "a'past ammiscchiat".
Ogni piatto vuole il suo formato di pasta, diceva sempre, e se cambi il formato allora cambi anche il piatto.
Mi raccontava che un tempo la pasta era venduta in grandi sacchi, uno per ogni formato e quando sul fondo rimaneva qualche avanzo di pasta tutta rotta non la si buttava di certo. 
I negozianti infatti ne facevano un miscuglio che diventava un nuovo formato: la pasta mischiata appunto, che vendevano anche a buon prezzo. A casa nostra tradizionalmente si prepara pasta e patate sempre e solo con questo tipo di pasta. E chissà perchè questa balzana idea del formato mi è rimasta appiccicata in testa e continuo a perpetuare la tradizione di famiglia. Solo questa per noi è a'ver pasteeppatan (la vera pasta e patate ndr)
In napoletano un'unica parola quasi ad indicare che i due ingredienti debbano idealmente fondersi tra loro per un'ottima riuscita del piatto.



Certo oggi mi fa un pò sorridere che si venda un formato di pasta appositamente creato per ricordare questa nostra tradizione, ma mi fa anche riflettere su quanto poco a volte portiamo attenzione alla storia dei nostri piatti della tradizione, che è a portata di mano, che magari prepariamo ogni giorno, ma senza mai soffermarci più di tanto sul perchè proprio in certi modi e non in altri. 
E dire che ogni piatto ha davvero tanto da dirci.
Dal canto mio non smetterò mai di raccontare al mio bimbo queste piccole storie antiche, perchè mi sembra così di tramandare un pezzo di me e delle mie radici.
Ingredienti: (dosi per 4 persone)
1 cipolla piccola
2 coste di sedano
5 patate
1 cucchiaino di concentrato di pomodoro
1 cucchiaino di origano
olio extra vergine di oliva spremuto a freddo
2 croste di parmigiano
sale qb
200 gr di pasta "mischiata"


Procedimento:
Affettare sottilmente la cipolla e farla soffriggere in un tegame di terracotta con qualche cucchiaio di olio, aggiungere il sedano tagliato non troppo sottilmente, le patate tagliate a tocchi ed infine il concentrato di pomodoro, l'origano e le croste di parmigiano. Lasciare insaporire per una decina di minuti, poi coprire appena la superficie con acqua tiepida e lasciar cuocere per 20 minuti circa, fino a quando le patate saranno ben cotte e cominceranno un pò a sfaldarsi. A cottura ultimata togliete quel che resta delle croste di parmigiano, sul fondo del tegame dovrà esserci ancora un pò di liquido, ma non troppo! Spegnere quindi il fuoco e lasciare riposare. Nel frattempo in una pentola con acqua bollente salata, cuocere la pasta, scolarla al tempo di cottura indicato sulla confezione ed aggiungerla nella pentola di terracotta con le patate preparate in precedenza. Rimettere il tegame di terracotta sul fuoco e lasciare insaporire per qualche minuto. Servire ben calda, anche se scaldata il giorno seguente sarà ugualmente deliziosa.  

NOTE PERSONALI:
Mia nonna diceva che per un piatto eseguito a regola d'arte le patate devono risultare ben cotte, un pò cremose, ma non completamente sfatte! Il segreto dunque è il tempo di cottura, anche se a detta del nonno è il riposo che conta. Lui infatti la preferiva scaldata e mangiata il giorno dopo!



Da quanto tempo mancavo da questo mio spazietto! 
E mi mancava davvero tanto ve lo assicuro.
Paradossalmente negli ultimi mesi ho cucinato così tanto da farsi venire la nausea, ma di tutte le possibili interessanti ricette sperimentate non ne ho pubblicata nemmeno una...
Occorre tempo, per scrivere, fotografare, organizzare le idee, ma ci sono giorni in cui è necessario fermarsi un attimo, raccogliere le forze, riordinare i pensieri.
Mi pare a volte di perdere il senso, di essere fagocitata dalla routine, dalle sempre troppe cose da fare e di non riuscire più a dare le giuste priorità, di non trovare più quel prezioso equilibrio, che nella smania del "troppo fare" inesorabilmente perdo.
Mi sono accorta che ci sono strumenti tecnologici moderni che se sapientemente usati sono molto preziosi, ma che basta proprio un attimo per trasformarli in "ciuccia-energie" o strumenti devastanti. 
Ho voglia di riappropriarmi dei miei spazi, di ridare un senso al fare nonostante la frenesia quotidiana e soprattutto ho tanta voglia di ritornare a fare le cose perchè ci credo, perchè davvero mi piace e mi diverte e non perchè "si deve".
Questa conserva che vi propongo oggi mi è proprio ben riuscita, e voglio condividerla con voi assidui o casuali lettori del blog, perchè ne sono pienamente soddisfatta. 
Come ho già scritto qui altre volte, almeno un paio di volte all'anno ho la fortuna di avere in dono dei limoni meravigliosi, giganti se paragonati a quelli comprati (grandi quasi una volta e mezza!) ma soprattutto naturali e certamente non trattati con sostanze chimiche.
Questi splendidi limoni di Sorrento provengono dal giardino delle mie zie, da una pianta di limoni di oltre 50 anni che li produce in abbondanza. Di solito li uso tutti per fare il limoncello la cui ricetta potete trovare qui, perchè nella mia famiglia il limoncello non può mancare per niente al mondo.
Dopo aver privato i limoni della buccia però ne rimangono sempre tantissimi, bisognerebbe consumarli subito, ma noi non usiamo spremerli, nè mangiarli. Sarebbe un vero peccato non utilizzare interamente questo splendido agrume il cui albedo (la parte bianca della buccia) è particolarmente spesso e gustoso.
Per cui spesso sperimento un modo per utilizzare questi limoni senza buccia avanzati dalla mia preparazione del limoncello e da un pò di tempo li riciclo così, con questa composta di limoni di cui oggi vi regalo la ricetta.
Il colore di questa composta mette allegria solo a guardarlo: ha dentro il sole del Sud e il sapore vi assicuro, vi ripagherà della fatica che farete per realizzarla.
E' davvero buona.


Ingredienti:
circa 2 kg di limoni senza buccia
2 carote medie
tutti i semini di 10 bacche di cardamomo
5 foglie di salvia
1 kg di zucchero semolato


Procedimento:
I due giorni precedenti: 
Affettate molto sottilmente i limoni e lasciateli a bagno per due giorni in acqua fredda in un contenitore ben sigillato, avendo cura di cambiare l'acqua almeno un paio di volte al giorno. Questa operazione servirà a far perdere l'amaro dell'albedo, che non andrà assolutamente rimosso, poichè negli agrumi risulta essere la parte più ricca di pectina, un addensante naturale utilissimo per fare la nostra confettura senza aggiungere quella artificiale. 


Dopo 48 ore:
Ponete i limoni affettati ben scolati dalla loro acqua, in una capiente casseruola dal fondo spesso. Sbucciate e lavate bene anche le carote e tagliatele a tocchetti, lavate le foglie di salvia e aprite le bacche di cardamomo mettendo nella vostra composta tutti i semini neri, aggiungete anche un paio di bicchieri d'acqua e ponete il tutto nella casseruola, lasciando cuocere per 30 minuti a fuoco medio.
A questo punto frullate tutto con un mini-pimer, fino a rendere il composto cremoso, aggiungete lo zucchero semolato e lasciate cuocere per altri 30 minuti prima di invasettare la composta.
Il suggerimento di mamma di aggiungere la carota, è stato provvidenziale, perchè ha dato alla composta un bellissimo equilibrio (oltre che un meraviglioso colore, quanto mi piace l'arancio che sa di sole!) regalandole un pò di dolcezza, senza coprire del tutto l'amaro dei limoni. 


Come sapete non amo molto i sapori stucchevoli per cui sono stata molto parca con l'aggiunta dello zucchero. A me piace così.
Voi potete eventualmente aggiungerne, assaggiate e regolatevi secondo il vostro gusto e la qualità dei limoni che utilizzate. Fate anche la prova piattino per verificare la consistenza e il tempo giusto di cottura della confettura, prima di metterla nei vasetti sterilizzati.

Ovviamente non ho resistito ad assaggiarne almeno uno ed ecco la prova del nostro assaggio:


Mangiata a colazione, così come la vedete in foto, spalmata su una buona fetta di pane casalingo ai cinque cereali, preparato con il lievito madre.

Anche del pane dovrei darvi la ricetta, appena riesco.
Anche questo ovviamente fatto dalle mie manine con una farina semi-integrale e a lievitazione naturale. Un pane squisito!
E che enorme soddisfazione una colazione così, tutta home-made!
Che ne dite vi ho messo almeno un pizzico di voglia di provarla?
Lo spero ^__^ proprio.

Vi abbraccio tutti, a presto







Ci sono piatti della mia tradizione di famiglia che sono una vera e propria istituzione in certi periodi dell'anno. E in inverno la scarola così preparata si può tranquillamente annoverare tra questi piatti.
Mia nonna era solita prepararla in questo modo, e talvolta con l'impasto della pizza, ne faceva anche una pizza ripiena: la famosa pizza di scarola, davvero deliziosa. 
Faceva spesso anche l'indivia "ripiena" allo stesso modo, la legava nascondendo al suo interno tutto il buon ripieno. L'indivia però rimane un pochino più amara, mentre la scarola è dolcissima, tant'è che preparata così, l'ha divorata anche il mio piccino di casa.
Una ricetta tipica napoletana, molto semplice da fare eppure trovo sia davvero squisita, per cui voglio suggerirvi la ricetta.
La verdura sulla nostra tavola non manca mai, ma mi accorgo che non la considero quasi mai degna di nota qui sul blog. 
Forse perchè non è certo così scenografica e fotogenica come tanti altri piatti, ma non importa, la bontà in questo caso supera di gran lunga la bellezza, per cui oggi faccio un'eccezione e la pubblico, perchè vi assicuro che vale davvero la pena di provarla.


Ingredienti:
1 grosso cespo di scarola
2 manciate di olive (io ho usato le taggiasche, mia nonna invece metteva le saporite olive nere cotte nel forno che faceva lei...)
2 cucchiaini di capperi
2 cucchiaini di pinoli
2 cucchiaini di uvetta sultanina
3 filetti di acciuga
1 cucchiaino di origano secco
1 spicchio d'aglio 
1 pizzico di peperoncino (se piace)
3 cucchiai di olio extra vergine di oliva 

Procedimento:
Lavate accuratamente il cespo di scarola, privatela del torsolo, separatene le foglie e fatele appassire in una padella antiaderente precedentemente riscaldata con uno spicchio d'aglio e tre cucchiai di olio extra-vergine di oliva. Nel frattempo fate ammollare l'uvetta in una scodellina con acqua tiepida. Non appena la scarola sarà appassita, aggiungete mezzo bicchiere d'acqua in cui scioglierete i filetti d'acciuga. Aggiungete quindi il resto degli ingredienti, l'origano, l'uvetta già ammollata, i capperi, i pinoli e le olive e lasciar stufare facendo insaporire ancora un pochino, fino a quando l'acqua di vegetazione si sia consumata del tutto. Regolate di sale e peperoncino (se piace) e servite bella calda.
Se ve ne avanza provate a farci la pizza, una sorta di calzone farcito, verrà proprio deliziosa!

Vi abbraccio e vi dò appuntamento alla mia prossima ricetta



Premesso che ognuno di noi ha le sue debolezze e trova duro "resistere" all'offerta di determinati cibi che trova più allettanti di altri, se doveste fare una prova con me mettendomi di fronte la torta più stratosferica del mondo o un vassoio di bignole e poi un vassoio di questi qui:




statene certi, non avrei alcun dubbio, a farmi capitolare sarebbero proprio gli struppoli!
Sì lo so sono fritti, sono poco salutari e se si considera che si mangiano pure accompagnati dai salumi ... sono calorici da morire, ma che ci posso fare se li adoro? 
E poi sono una precisa (lo sapete, no??) quando faccio qualcosa, la faccio per benino... dunque se proprio peccato deve essere, allora voglio farlo come si deve!
E la mia mamma, che ben mi conosce, sa come tentarmi. 
E sì, mi ha tentato proprio come si deve stavolta, con la scusa che questa ricetta andava assolutamente messa sul blog, l'ha detto lei eh, perchè è una ricetta di famiglia, un pò speciale... 
Me ne ha portato vassoietto bello colmo, pronto da FO-TO-GRA-FA-RE... seeee!
Infatti... ehm, ehm, l'ho fotografato no? 
Guardate qui:


Peccato però che subito dopo non ho resistito e il vassoio esiste solo più qui in foto oramai, perchè in un battibaleno, uno dopo l'altro, TUTTI me li sono finiti questi struppoli... alla faccia dell'imminente prova costume che mi attende!
La ricetta degli struppoli (da non confondere assolutamente con gli struffoli anch'essi napoletani, ma dolci e preparati con il miele) è tipica della valle telesina, in cui sono nati entrambi i miei genitori. 
La diatriba tra i paesani per la ricetta in questione è sempre stata lievito sì o lievito no. 
Mamma però, da sempre li fa con il lievito e secondo me sono mille volte meglio che senza. 
Dite che mi sbaglio? 
Beh, potreste sempre provare a smentirmi sperimentando entrambe le versioni con e senza lievito, mettendole a confronto. Se vi piace il genere però, vi consiglio di farli, perchè sono davvero troppo buoni!

Ingredienti:
1 kg di farina 
25 gr di lievito di birra 
1 bicchiere d’olio 
10 uova
1 cucchiaio di sale
1 pizzico generoso di pepe
1 litro d’olio di semi di arachidi per la frittura


NOTE PERSONALI:
Riporto qualche curiosità, che potete leggere integralmente qui,  circa Lo struppolo, di cui esiste anche una Sagra che si tiene a San Salvatore Telesino ogni anno tra la fine di agosto e i primi di settembre. La Proloco di san Salvatore ha perfino organizzato un corso per imparare a farli! Perchè si sa, come dico sempre per ogni lievitato, i "trucchi" stanno più che nella ricetta in sè, nei procedimenti, e nell'uso sapiente delle mani! 
Per cui per chi volesse diventare MASTRO STRUPPOLO si organizzi per tempo!


"Dopo aver degustato uno struppolo, non lasciatevi turbare dalle sensazione che avvertirete subito al primo boccone, la secchezza alla gola: è creata ad arte. L’inventore o meglio gli inventori dello struppolo conoscevano bene la scala dei piaceri della vita: lo struppolo deve procurare una lievissima impressione di soffocamento, da noi si dice : “Adda ndurzà nganna” perché deve far venire la voglia di bere. Infatti, si accompagna benissimo ad un buon bicchiere di vino, rosso preferibilmente. Altro che tristi fettine alla brace o insipidi hamburger. Diamo qui di seguito la ricetta originale nelle sue due varianti, poiché anche la preparazione degli struppoli si è spaccata sin dall'inizio in due scuole di pensiero: con lievito o senza lievito?"

Ovviamente fedelissima alla tradizione di famiglia, vi riporto qui di seguito la versione che da sempre prepara la mia mamma, che come ho già anticipato prima, è con lievito.

Procedimento:
Impastare su una spianatoia tutti gli ingredienti (aggiungere per ultimo il lievito stemperato in un po’ d’acqua tiepida). Far lievitare per circa 1 ora (in un posto caldo) l’impasto in un cestino ricoperto con un panno di lana. Successivamente, rovesciare l’impasto cresciuto sulla spianatoia e tagliare a tocchetti lunghi 0,8-0,9 cm. 
Passarli con mano leggera sull'intreccio del cestino di vimini precedentemente adoperata per dare agli struppoli il loro caratteristico aspetto “corrugato”. 
Far riposare per circa un quarto d’ora. Intanto, far scaldare in una teglia (più alta che larga) l’olio. Quando la temperatura dell’olio sarà elevata, cominciare a tuffarvi gli struppoli, pochi alla volta fino a quando avranno preso un bel colore dorato. 
Fare scolare bene su apposita carta da cucina. 
Gli struppoli sono buoni sia caldi che freddi e si possono tranquillamente surgelare. 
Nella versione senza lievito bisogna lavorare velocemente (e in punta di dita) l’impasto. 
Al contrario bisogna sbattere più energicamente le uova, prima di aggiungerle agli altri ingredienti. Ovviamente, non occorre attendere la lievitazione: si può friggere subito. 
La ricetta sembra facile; in realtà non lo è, perché, come diceva un grande esperto Brillat-Savarin (e faceva l’esempio dell’uovo termico), “le pietanze più semplici sono quella più difficili da preparare”. In effetti, se non volete andare incontro a cocenti delusioni, deponete il vostro orologio e non vi cimentate da soli nella preparazione. Almeno la prima volta, occorre la guida di una sapiente massaia, disposta a rivelarvi insidie e segreti della ricetta.



Infine sono veramente fiera di essere stata l'artefice dell'inserimento degli struppoli anche nel famoso social network del cibo. Parlo ovviamente di "GENTE DEL FUD" di cui faccio parte. La scheda degli struppoli la trovate qui. E chiunque voglia approfondire l'argomento o apportare il suo positivo contributo in proposito, secondo lo spirito che anima il gruppo, è ovviamente ben accetto!
Vi lascio un abbraccio e buonissima estate a tutti!
Alla prossima




A casa di un napoletano la pastiera a Pasqua non può assolutamente mancare. 
E come dice sempre il mio papà: 
"Non fare la pastiera a Pasqua è peccato mortale!"
Allora lo confesso, quest'anno sono rea... 
Certo so bene che ora non vale. 
Troppo facile cavarsela così, sono fuori tempo massimo lo so, ma sono anche un'arietina testarda e cocciuta e quindi l'ho fatta in ritardo e me ne vanto!
Quando ricevi in dono una ricotta di pecora freschissima colata appositamente per te e delle uova di "gallinella felice", come dice la mia amata Gaietta, come fai a resistere alla tentazione?
Infatti non ho resistito e il risultato mi ha ripagata. Come in ogni ricetta la qualità degli ingredienti che reperiamo conta tantissimo e può fare una differenza abissale. 
Non è la prima volta che mi capita di fare la pastiera non in tempo di Pasqua. 
Quando i miei amici vengono a cena, spesso esprimono desideri sui dolci che vorrebbero assaggiare e sovente capita che mi chiedano di preparare proprio la pastiera e ovviamente io li accontento sempre volentieri.
Ricordo che mia nonna raccontava che ai suoi tempi le suocere erano solite giudicare le nuore proprio in base a come eseguivano questo dolce. Che diciamolo, non è proprio così semplice da fare! 
Forse non proprio difficile, ma di certo laborioso.
Nonna diceva che le strisce erano spesso oggetto di giudizio... troppo larghe, troppo strette, storte, spesse e così via... insomma sono certa che una suocera pistina, volendo avrebbe di certo trovato qualcosa da dire se avesse voluto, che qui dalla frolla alla farcia, alla cottura, di intoppi nel percorso di esecuzione, ne possono accadere a iosa.
Le ricette della pastiera napoletana sono davvero millemila.
Questa che vi riporto qui oggi è quella della mia famiglia e quindi per me ha un sapore e un valore speciale ed inestimabile.
Noi facciamo prima la crema pasticcera e poi la uniamo alla crema di grano, che non va assolutamente frullato, perchè la consistenza del grano si deve sentire, così almeno sosteneva mia nonna e io sono assolutamente d'accordo.



Allora partiamo con la ricetta che qui la storia si fa lunga.

Se volete farla in tempo di Pasqua vi consiglio di fare la pastiera qualche giorno prima, di solito si fa il giovedì santo, perchè va fatta riposare almeno una giornata prima di assaggiarla.

Ingredienti:(dosi per 2 pastiere grandi e una piccola)
Per la pasta frolla:
300 gr di farina 
150 gr di zucchero
150 gr di strutto (o burro, ma non sarà la stessa cosa)
2 tuorli d'uovo (o 1 uovo intero e un tuorlo)
1 cucchiaino di zeste di 1 limone non trattato
Per la crema pasticcera:
4 tuorli d'uovo 
150 gr di zucchero
1\2 litro di latte
40 gr di farina
la scorza di 1 limone non trattato
Per la crema di grano:
560 gr di grano già cotto (1 barattolo)
1\2 litro di latte
50 gr di zucchero
1 noce di burro
1 pizzico di cannella
la scorza di 1 limone non trattato
Serviranno inoltre:
500 gr di ricotta di pecora
200 gr di canditi
4 albumi montati a neve ferma
50 ml di acqua di fiori d'arancio
zucchero a velo

Procedimento:
Per prima cosa far sbollentare il grano già cotto nel latte con lo zucchero, la cannella la scorza di limone e una noce di burro, sgranando il grano coi rebbi di una forchetta e lasciandolo cuocere fino a quando abbia assorbito bene tutto il latte ed abbia raggiunto la consistenza di una crema piuttosto densa.
Per la pasta frolla:
Sabbiare la farina con lo strutto (o il burro) fino ad ottenere uno sfarinato omogeneo, aggiungere lo zucchero, le zeste di limone, amalgamare bene e da ultimo aggiungere i tuorli. Impastare su una spianatoia fino ad ottenere una consistenza omogenea, fare una palla avvolgerla in una pellicola e lasciare riposare in frigo per un'oretta. Nel frattempo
Per la crema pasticcera: 
Mettere a bollire il latte in un pentolino. In una casseruola che andrà poi sul fuoco, montare i tuorli con lo zucchero fino a quando siano ben chiari e cremosi, aggiungere la farina, mescolando bene con la frusta per non fare grumi e infine aggiungere a filo il latte precedentemente scaldato. Aggiungere la scorza di limone e riporre su fuoco basso, rimestando con un cucchiaio di legno fino ad ottenere una crema liscia e mediamente densa. Lasciare raffreddare completamente.
Solitamente preparo la frolla, la crema pasticcera e quella di grano la sera prima e la mattina dopo procedo con il resto della preparazione.
Assemblaggio:
Montare a neve ben ferma gli albumi e tenerli da parte. Con una frusta mescolare la crema pasticcera già fredda e unirla alla ricotta e alla crema di grano sempre mescolando bene. Aggiungere i canditi, l'acqua di fiori d'arancio e da ultimo gli albumi montati a neve, rimestando lentamente con una spatola dal basso verso l'alto per incorporarli delicatamente e non smontarli troppo. 
La farcia è pronta.
Su una spianatoia infarinata stendere la frolla che avrete tirato fuori da frigo, lasciandone una parte per realizzare le strisce di decorazione.
Rivestire con carta da forno bagnata e strizzata una tortiera rotonda, meglio se in rame, e adagiarvi il disco di frolla preparato. Riempire con la farcia preparata e rivestire con delle strisce di pasta frolla.
Cuocere a 180°C per circa un'ora fino a che la pastiera assuma un bel colore ambrato. Una volta cotta lasciar raffreddare tutta la notte. Il giorno seguente spolverizzare di zucchero a velo prima di servire.

Vi assicuro che dopo il riposo il gusto migliora. 
Provare per credere!
Il profumo di fiori d'arancio che si sprigiona dopo la cottura della pastiera è la cosa che mi inebria di più! 
Ed eccola dopo il taglio:


una vera delizia!

Voglio virtualmente donare una fetta di pastiera a tutte le mamme che passeranno di qui, per allietarvi il cuore, visto che tra poco sarà la nostra festa! 
Come grazie speciale care mamme del mondo, per tutto l'amore, il lavoro, la fatica che ogni mamma moderna fa quotidianamente in silenzio, quasi sempre in modo non eclatante, sopperendo alle mille mancanze che ci circondano, cercando di fare i salti mortali, tra lavoro, famiglia, scuola e il resto della vita che rimane. 
Spesso purtroppo l'operato delle mamme passa del tutto inosservato, e non viene minimamente considerato nè riconosciuto, soprattutto dalle istituzioni! 
Sono mamma anche io e dunque so di che parlo!
Un abbraccio anche a tutti gli altri che passeranno di qui, ovviamente.
Alla prossima ricetta:

Vi è mai capitato di sentirvi onorati e orgogliosi di ricevere un invito, ma allo stesso tempo titubanti, spaventati e indecisi se accettare o meno? 
Ecco mi sono sentita esattamente così quando Marco, o meglio neromarco, mio carissimo amico nonché wine-blogger che scrive su WineUp, mi ha chiesto se volevo partecipare insieme a lui a questa deliziosa iniziativa:  
“I vini di Cantele incontrano i food-blogger”, promossa da Cantele, intraprendente azienda del Salento, che ha chiesto ad alcuni food and wine blogger di creare un piatto in abbinamento ad uno dei loro vini.
Vi invito a visitare il loro sito, perché sono davvero dinamici e fantasiosi!
Ed se siete curiosi leggete anche qui la nostra proposta, troverete anche altre curiosità direttamente sul loro sito.


Non nascondo che sono stata onoratissima dell'invito, in special modo visto il calibro degli altri blog invitati, ma onestamente nonostante non declini un buon bicchiere di vino, soprattutto se bevuto in ottima compagnia, non posso certo definirmi un'intenditrice di vini. Diciamo che ho i miei gusti, e come dicono di tutte le donne, preferisco i vini amabili e poco alcolici, ma di fatto sono un'istintiva (ebbene sì anche in questo!)
E’ che ad onor del vero, mi sono convinta perchè con Marco non si sbaglia mai, col suo consiglio mi son detta sono in una botte di ferro, lui sì che è un grande appassionato, mica come me cuochina profana, allora via dai... lanciamoci in questa avventura!
Devo dire che è stata un'esperienza davvero intrigante e anche divertentissima! Mi è davvero piaciuto mettermi in gioco e cercare un idoneo abbinamento per questo vino.
Il vino da degustare che ci è stato inviato è:
l’Alticelli Aglianico 2008.
Un vino che ho trovato davvero elegante, ma mi fermo qui: non voglio lanciarmi in arzigogolate descrizioni del vino, non ne sarei nemmeno all'altezza, tra poco lascerò lo spazio a Marco che approfondirà molto meglio di me!
Da poco esperta, ma istintiva condividerò semplicemente le mie sensazioni! 
So solo che al primo assaggio il richiamo è stato immediato: forse per le mie origini partenopee (??!) ho pensato subito che ci sarebbe stato bene un buon piatto di tagliatelle di quelle fatte in casa, che mia nonna faceva tutte le domeniche, condite con un saporito sugo di carne che "sa di buono", e che pur nella sua semplicità, una provenienza di estrazione contadina, mi sembrava un abbinamento abbastanza azzeccato.


Un tempo la domenica, ma a dire il vero in alcune case ancora oggi, si preparava il sugo in un tegame speciale: “u’ tian 'e creta”, una pentola in terracotta, in cui si facevano prima rosolare e sigillare per bene diversi tipi di carne e poi si aggiungeva la passata di pomodoro (bella densa: quella fatta in casa) e si faceva cuocere lentamente 2-3 ore o anche di più, ponendo il coccio accanto al focolare, ma non troppo vicino, perché, come diceva la nonna, il sugo deve “pippiare”(ovvero sobbollire) e non bollire ed è questo il segreto: la cottura lenta, lentissima, che insaporisce il sugo e rende morbidissima la carne. Se poi condite il sugo con due tagliatelle all’uovo preparate con le vostre manine, volete mettere che soddisfazione? E che volere di più?
Così ho preparato il tutto e poi tadaaaaaaan ci siamo: la prova del nove (aiutoooo che mi dirà?). 
Invito Marco e degustiamo insieme…
Allora?!?
Non ci speravo; in realtà pensavo di dover rifar tutto da capo, che m’avrebbe suggerito un altro accostamento e invece… incredibile ma vero, il mio abbinamento con questo piatto della tradizione gli è piaciuto subito, davvero, ed è stato approvato su tutta la linea! 
Ed ora potrete leggere finalmente un parere autorevole su questo vino, il parere di neromarco che ho scrupolosamente raccolto durante la cena (e minuziosamente annotato parola per parola con tanto di taccuino alla mano, ^___^ proprio per evitarmi "gaffe" in sede di post!), ebbene il suo commento dicevo è stato questo:

Un abbinamento davvero molto indovinato, secondo me. Sotto il segno del gusto e della “succosità”. Profumi di prugna e frutti di bosco anticipano sapori intensi e fruttati. In bocca poi l’Alticelli Aglianico mantiene la promessa di queste sensazioni: un frutto rotondo, che spicca, e ben si sposa con la golosità di un sugo della tradizione, eccezionale per ricchezza e sapore.

Ed ora per gli amanti come me, della tradizione, che vorranno cimentarsi anche sul versante culinario per preparare questo piatto, eccovi la ricetta preparata in abbinamento a quest'ottimo vino, ricetta molto semplice, ma proprio gustosa:

Ingredienti:
Per le tagliatelle:
3 uova
300 gr (circa) di farina
1 cucchiaio d'olio
1 pizzico di sale

Per il sugo:
200 gr di salsiccia
4-5 costolette d’agnello
2-3 costine di maiale
1 pezzo di capocollo
1 spicchio d’aglio
1 bottiglia di passata di pomodoro densa
olio extra vergine d’oliva
sale e pepe qb

Procedimento:
Disporre la farina a fontana rompere al centro le uova, aggiungere il sale e l’olio ed iniziare ad impastare, se occorre aggiungere un po’ d’acqua o farina fino ad ottenere un impasto bello liscio. 
Stendere la sfoglia, arrotolarla nel senso della lunghezza e tagliare le tagliatelle con un coltello a lama piatta o con l’apposito attrezzino! Cuocere in acqua bollente salata e condire a piacere. 
In questo caso…
SUGO NEL COCCIO (tegame in terracotta):
In un tegame di terracotta far rosolare bene tutta la carne con uno spicchio d’aglio e un po’ d’olio, finchè risulti ben sigillata, poi aggiungere la passata di pomodoro e far cuocere lentamente a fuoco bassissimo per 2-3 ore rigirando solo ogni tanto, non troppe volte, altrimenti la carne si spappola inoltre se il sugo un pochino non “s’azzecca”, ovvero non s’attacca al tegame, che buon sugo è?! 
Così dev’essere: un po’ “azzeccato”, diceva saggiamente la mia nonnina!


Il perfetto amore è un liquore dal profumo inconfondibile, una volta annusato non potrete non riconoscerlo: a mio avviso è quasi inebriante! 
Come direbbe il mio papà è un liquore da "donna", per il suo sapore molto dolce e il suo grado non molto alcolico forse, ma è un liquore davvero molto, molto aromatico.
In ogni caso questa che vi propongo è la ricetta di mia nonna, lei lo preparava sempre, però raramente per berlo, anche se ovviamente si può!
Lei lo utilizzava quasi unicamente per aromatizzare i suoi dolci, come faccio anche io tuttora, e vi assicuro che ne vale proprio la pena, il suo gusto è davvero inconfondibile e il profumo... mi spiace non potervelo descrivere, ma è davvero sublime!
Sono certa di far felici diverse persone che mi avevano chiesto da tempo questa ricetta, e la aspettano da un pò, perchè ho citato questo liquore diverse volte in tante mie preparazioni senza mai darne indicazioni di preparazione.  
Una di queste persone in attesa è Ornella a cui in particolare voglio dedicarla con tutto il cuore!
Scusate se non ho messo nemmeno una foto, al momento ne sono sprovvista, ma prometto di aggiornare quanto prima il post!
Per ora accontentatevi della ricetta e fidatevi, perchè garantisco che vi piacerà!


Ingredienti:
100 gr di scorza di limoni non trattati in superficie (io quelli che mamma mi porta da Sorrento)
2 gr di cannella
4 gr di fiori d’arancio freschi
3 bacche di cardamomo (aperte prima dell'infusione)
3 aghi di rosmarino
2 gr di chiodi di garofano
1 pizzico di noce moscata
1 bustina di zafferano
1 lt di alcool puro
700 gr di zucchero semolato
1,5 litri di acqua

Procedimento:
Lavare e sbucciare accuratamente i limoni, cercando di evitare il più possibile di tagliare anche l'albedo (la parte bianca della buccia, che dà un gusto amaro). 
Tagliare le bacche di cardamomo per scoprire i semini neri al loro interno. Porli in un contenitore di vetro che poi tapperete ed aggiungere la cannella, la noce moscata, gli aghi di rosmarino, i chiodi di garofano, i fiori d'arancio e da ultimo la bustina di zafferano, lasciando il tutto conservato in infusione ricoperto di alcool, in un luogo buio ed asciutto per 7-10 gg.
A questo punto preparare lo sciroppo con acqua e zucchero, facendo bollire l'acqua finchè non si sarà ben sciolto lo zucchero. Lasciar raffreddare bene lo sciroppo. 
Nel frattempo filtrare bene l'alcool con l'aiuto di una garzina ed unire il filtrato ottenuto allo sciroppo preparato. Imbottigliare e lascia riposare almeno un mese prima dell'uso. 
E sono certa che al momento della degustazione capirete il perchè di questo nome... perfetto amore!