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Dal 25 al 27 febbraio presso la Cavallerizza Reale di Torino si è svolta la prima edizione del Festival del Giornalismo Alimentare tre giorni davvero molto intensi. 
Due giornate ricche di spunti di riflessione e la giornata conclusiva del sabato dedicata agli Educational Tour. Un alternarsi di lezioni e dibattiti, per un totale di 70 relatori presenti con un grandissimo successo di pubblico già alla sua prima edizione. 
Mi è sembrato quasi il logico proseguimento di una serie di incontri a cui ho partecipato con grande piacere: NUTRIRE TORINO METROPOLITANA, organizzati da Torino città Metropolitana nel corso del 2015 in concomitanza con Expo, con l’intento di riunire attorno ad uno stesso tavolo, tutti gli attori del cibo


Il confronto tra idee e strategie messe in atto in modo virtuoso da diverse parti, siano esse la cittadinanza, le istituzioni politiche, le associazioni, le cooperative o le diverse realtà produttive del territorio, sono stati a mio avviso un’idea vincente.
La normativa italiana purtroppo non aiuta, non esiste ad oggi nessuna istituzione che si occupi di “politiche del cibo” e questo ha i suoi risvolti pratici a volta anche deleteri. 
Chi si occupa di sicurezza alimentare ad esempio, non sempre conosce le problematiche di chi il cibo lo produce o di chi lo distribuisce, peggio ancora di chi lo comunica. Insomma ognuno fa il suo pezzettino, magari anche in modo virtuoso, ma poi non ci si parla gli uni con gli altri. 
Mancano ad oggi degli spazi di confronto con le diverse parti coinvolte, una sorta di coordinamento tra le parti del sempre più complesso ed articolato mondo del cibo. Questo di fatto lascia ampi spazi di miglioramento in tanti ambiti, in cui già il solo dialogo risolverebbe problemi annosi. 

Durante la due giorni del Festival del Giornalismo alimentare invece si è dato ampio spazio a queste tematiche, già emerse durante NUTRIRE TORINO METROPOLITANA, ovviamente con un particolare accento alla parte della comunicazione. 

Impossibile citare tutti gli interventi ascoltati e riuscire a riassumerli in modo efficace. 

Molti sono stati i temi per me di particolare interesse. 

Proverò a soffermarmi su quelli che mi hanno fatto maggiormente riflettere.



Cibo e salute: la comunicazione scientifica si può fare correttamente con uno slogan?

Inutile girarci intorno: è cambiato il modo di comunicare, ma anche di reperire le informazioni. E’ un dato di fatto di cui prendere atto. E’ stato ribadito più volte durante il Festival e da tanti relatori. La comunicazione viaggia poco sul cartaceo, sempre di più sul digitale.
Inoltre la grande maggioranza dei lettori è frettolosa, si ferma al titolo, alla foto e non legge interamente la notizia
Le condivisioni sui social network, con Facebook in testa, di notizie vere, o presunte che siano, fanno il resto del danno.

Ovvero: disinformazione, superficialità e sensazionalismo imperante! 

Poco spazio all'approfondimento della fonte della notizia, una gara delle agenzie di stampa per arrivare prime a dare la notizia e catturare l’attenzione del lettore, riducendo ai minimi termini il titolo, fino a snaturarne il senso. 

Eclatante il recente caso dell’allarmismo ingiustificato per il consumo di carne rossa erroneamente etichettata come cancerogena. 


Non so se esista un modo per rendere “accattivante” una notizia scientifica, forse sì. Provenendo però dal mondo scientifico e avendo fatto ricerca, so che è un lavoro lungo, faticoso, lento, dove la complessità è tale da richiedere una comunicazione con una terminologia ed una accuratezza appropriate, che non sempre sono riducibili ad uno slogan. 
La mia riflessione piuttosto rigira la domanda. 
Siamo davvero certi che i divulgatori scientifici debbano adattarsi al pubblico sempre più frettoloso? E non siano invece chiamati ad educare alla complessità? Non dovremmo trovare qualche strategia per fare in modo che i lettori tornino ad essere consapevoli, critici, colti, informati a dovere e capiscano che la fretta è sempre cattiva consigliera? 
Ovviamente sono riflessioni personali senza presunzione di verità! Lasciatemi i vostri commenti al riguardo, sarei curiosa di conoscere anche tesi differenti dalla mia.

Giornalisti contro blogger e viceversa?

Altro tema caldo che mi vede coinvolta in prima persona, visto che scrivo anche su questo blog da oltre 6 anni! E la mia personale idea me la sono fatta. Ciò che fa la differenza è la persona che scrive, che sia blogger o giornalista non è fondamentale a mio avviso, nè indice di qualità di ciò che viene pubblicato. 
Le differenze ci sono ci mancherebbe, come ha giustamente asserito Paolo Marchi la credibilità la costruisci nel tempo, ciò che conta è la competenza. 

La competenza non la fa un'etichetta: "blogger/giornalista", la competenza si costruisce sul campo, grazie alla propria formazione personale, che sempre più spesso esula da percorsi canonici o comunque non è sempre etichettabile in modo semplice. 

A volte blogger che sono semplici appassionati, per vari motivi, sono molto più esperti e affidabili di giornalisti famosi, che scrivono di cibo solo per esigenze di redazione, quando hanno sempre scritto di tutt'altro.
Il problema se mai è come “certificare le competenze”
In un mondo web che di fatto è uno spazio libero, è però difficile impedire il lavoro ai “tuttologi” improvvisati, a chi volutamente divulga notizie false solo per guadagnare, come ci hanno raccontato Michelizza e Puente autori di Bufale.net.
La bufala è dura a morire una volta messa in rete. Può circolare e resistere anche per 5-6 anni, nonostante le smentite.
Ecco, questo mi ha un pò atterrita.



Comunicare in modo emozionale anche la sicurezza alimentare?


Siamo in un periodo in cui l'allerta alimentare è alta e sapendo che l'allarmismo crea audience, molti giornalisti "giocano" al sensazionalismo sul campo, facendo leva sul piano emozionale. 
Forse anche per una distorta abitudine nel modo di comunicare questo genere di notizie, i consumatori italiani rispetto al resto dell'Europa hanno un'esagerata percezione del rischio alimentare. Allarmismo infatti non sempre giustificato, come sostiene Franca Braga di Altroconsumo. I cittadini sono più esigenti in fatto di sicurezza alimentare, ma l'Italia è uno dei Paesi dell'Unione Europea, che fa più controlli sul cibo. Sebbene Guariniello, nel suo intervento, abbia evidenziato alcune gravi pecche nei controlli delle frodi alimentari, dovute sostanzialmente alla mancanza di un'unica agenzia nazionale deputata al controllo alimentare.
Estremamente interessante anche l'intervento di Silvia Gallina dell'Istituto Zooprofilattico torinese che tra le altre cose segnala il loro curatissimo sito IZSalimenTo una fonte certificata su cui reperire corrette informazioni sulla sicurezza degli alimenti.

Gli eventi off cui ho partecipato: 

Argotec

Esperienza davvero sorprendente la Space Food Experience già solo a partire dalla calorosa accoglienza riservataci. 
Un'azienda davvero all'avanguardia l'Argotec con uno staff di ingegneri giovanissimi: con età media inferiore ai 30 anni.
Guidati dall'amministratore delegato David Avino entriamo nei laboratori dove si lavora sodo ma con passione e soddisfazione, lo si scorge dall'entusiasmo con cui i giovani dipendenti raccontano il loro lavoro e l'idea sviluppata per soddisfare una voglia tipicamente terrestre di una cliente speciale: l'astronauta Samantha Cristoforetti
Trattasi di ISSpresso una macchina per farsi un caffè nello spazio, costruita con una sofisticata tecnologia, grazie all'idea di questi giovani sorridenti collaboratori e realizzata in collaborazione con Lavazza.



A seguire, una serie di assaggi sorprendentemente buoni, di un cibo spaziale in ogni senso. Preparato dallo chef Stefano Polato nello Space Food Lab



Certamente meritevole questa azienda torinese, che scommette sui giovani, vince un progetto per costruire un mini satellite per la NASA e produce un cibo squisito, nutrizionalmente perfetto, innovativo e di qualità. Un cibo adatto agli astronauti, ma venduto anche a sportivi, alpinisti, single o appassionati che vogliano provare un cibo differente. Lo Space Food è davvero buono, ed è acquistabile anche online su Ready to lunch qui.


Camst di Chieri 

Ha aperto le porte della ristorazione collettiva a giornalisti e blogger per farci visitare il modernissimo impianto di ristorazione, che eroga 2000 pasti al giorno, costruito in modo sostenibile. Il nuovo centro di cottura ha richiesto un cospicuo investimento: 4 milioni di euro spiega Claudio Marsili, per garantire qualità e sicurezza del cibo.




Vi invito a tal proposito, a leggere qui il dettagliato resoconto scritto da Monica che ho rivisto proprio durante la nostra visita alla Camst, dopo ben 4 anni.   



Ringraziamenti:


Per concludere non posso non rivolgere il mio sentito e doveroso ringraziamento a Massimiliano Borgia, a tutti gli organizzatori del Festival e all'Ufficio Stampa del #‎foodfest16‬ per la ricchezza dei contenuti proposti e la cospicua e diversificata partecipazione dei relatori.

Grazie al sito del Festival del Giornalismo Alimentare e alla rete da loro creata, ci sarà modo di proseguire la formazione e le discussioni, in attesa della prossima edizione. Ancora grazie a tutti e arrivederci alla prossima, di cui già si parla.







E anche quest'anno ho avuto il gran privilegio di poter partecipare ad Identità Golose oramai un appuntamento immancabile per me. 
Per i pochi che ancora non lo sapessero, Identità Golose è un congresso internazionale di alta cucina, giunto alla sua dodicesima edizione.
Il tema di quest'anno era La forza della Libertà



Ogni anno, questo il quinto per me, imparo sempre qualcosa di nuovo. Riascoltando gli chef a distanza di un anno, tocchi davvero con mano come gli stimoli sempre nuovi che ogni anno dà il tema del congresso, sappiano farli crescere e progredire, per evolvere grazie a sfide non sempre facili.
Un grande merito credo vada a Paolo Marchi ideatore del congresso e ovviamente a tutti i suoi collaboratori, per la sempre impeccabile organizzazione di questo evento, una sorta di cantiere sempre in fermento, dove si respira una voglia di "costruire un pezzetto di strada insieme", dove c'è un confronto costruttivo, una voglia di condividere passione e conoscenza dell'arte culinaria, non solo una "inutile auto-celebrazione degli chef" che oramai si respira un pò ovunque. 
Ad identità Golose è tangibile un reale tentativo di raggiungere sempre nuovi traguardi, per non fermarsi, ma migliorare sempre.




Gli interventi che ho ascoltato sono storie di crescita personale, che seguo da qualche anno, come nel caso di Franco Pepe di Pepe in Grani, il pizzaiolo di Caiazzo, conterraneo dei miei genitori, forse anche per questo lo seguo con piacere ed interesse. Dal suo esordio in sala, ad Identità di Pizza, qualche anno fa, in cui arrivò con la sua madia di legno impastando a mano, come a suo tempo ho raccontato qui
Da allora ne ha fatta di strada Franco Pepe, direi anche grazie agli stimoli ricevuti di anno in anno da Identità Golose. E si ventila anche la possibilità di una stella per i pizzaioli come lui, che non si fermano mai, ma studiano, cercando di migliorare sempre e di valorizzare anche grazie all'aiuto di esperti, il loro lavoro e i prodotti del territorio. 
Quest'anno per Franco la sfida era ardua, invitato ad Identità di Champagne per abbinare la sua pizza ad un Rosè Ruinart (55% Pinot noir e 45% Chardonnay). 
Sono entrata fin troppo candidamente in sala gialla sede dell'evento, lo ammetto, decisa a non perdermi Franco Pepe, ma ero ignara che l'evento fosse su prenotazione. I posti erano solo 20 e tutti ovviamente già riservati. Sono comunque rimasta in sala, per gentile concessione degli organizzatori. 
La pizza presentata da Franco è la "Mare in Terra" preparata con un impasto leggero che potesse ben adattarsi, non solo nel gusto, ma anche nella consistenza allo champagne in abbinamento con la sua pizza. Condita con i prodotti del suo territorio: il fiordilatte, la colatura di alici di Cetara, un erborinato del casertano, un pomodorino cotto al forno rigorosamente a legna e la scarola riccia e l'olio EVO aggiunti a crudo. 
Quest'anno purtroppo non ho assaggiato la sua pizza, ma tutti i presenti in sala hanno apprezzato molto sia la pizza che il suo abbinamento.



Davvero straordinario anche il Ceviche presentato da Caterina Ceraudo, in abbinamento allo Chardonnay Blanc de Blancs di Ruinart, questo piatto invece l'ho assaggiato, grazie alla gentilezza di Doriana Tucci, che ho rivisto con immenso piacere. 
La Ceraudo racconta il suo abbinamento con la fierezza di chi ama la sua terra e i suoi prodotti e vuole esprimerne le potenzialità al meglio. Decisa e meritevole, l'allieva di Niko Romito, l'unica chef stellata in terra calabrese, sua terra natia, che ama sinceramente e cerca di raccontarla nei suoi piatti. Nel Ceviche infatti riporta tutti i sapori e i ricordi della cucina calabrese: la cipolla di Tropea che dà la nota croccante al piatto, il dentice marinato velocemente con il bergamotto per non intaccarne eccessivamente il sapore, la nota piccante data dal peperoncino e dai fiori di senape, uno sciroppo di lamponi, e per chiudere il piatto la dolcezza del limo: un piccolo agrume calabrese purtroppo in estinzione, di cui la tenuta Ceraudo possiede ancora qualche pianta. Un equilibrio davvero elegante e perfetto per questo Ceviche, con una piccantezza per nulla invasiva, una giusta acidità ed un abbinamento davvero ben riuscito. 
Un grande in bocca al lupo a questa giovane promessa del ristorante crotonese Dattilo



Altra bella novità di questa edizione è stata la Scuola di Identità Golose. 
Mi sono iscritta alla lezione di Daniela Cicioni, diventata Raw Vegan chef dopo aver studiato architettura
Incuriosita dal suo percorso sono andata a sentire la sua lezione.
Ha raccontato il suo approccio alla cucina crudista e di come la cucina vegana non sia nata con intenti salutisti: vegano non vuol dire sano, affermazione che condivido pienamente. Si può mangiare vegano introitando più schifezze che in una dieta onnivora.
Ha presentato il suo cracker crudista preparato con l'essiccatore, con semi di chia e di sesamo senza cottura, tutto a crudo, impreziosito con crema di anacardi fermentati, polvere di pomodoro e barbabietola e foglie di acetosa e nasturzo dal gusto senapato. Spero di riuscire a sperimentarli personalmente così da riproporli con tutti i dettagli prossimamente anche sul blog.


    
Non potevo infine perdermi il grande Corrado Assenza, il genio siciliano del Caffè Sicilia, che stimo immensamente perchè è proprio vero che la grandezza non ha bisogno di sfarzi, nell'umiltà di quest'uomo si coglie una così grande ricchezza e profondità da lasciare quasi sconcertati. Corrado presenta tre dei suoi dolci e intanto racconta il pensiero che ci sta dietro, abbandonare lo "zucchero" per dare al dolce il sapore naturalmente zuccherino della frutta. Encomiabile la ricerca di un sapore di frutta senza artefatti, l'idea di contaminare i nostri percorsi pensando come lui stesso dice che "E' più facile spostare i pensieri che la materia".
Il sogno di scovare materie prime di qualità da produttori che lavorano con passione, perchè dietro a prodotti di qualità ci stanno sempre delle persone. 
Premio meritatissimo per Corrado, consegnato da Francesca Barberini, fortunata assaggiatrice di queste tre meraviglie. 


Ed infine il mio  sincero grazie a tutte le persone che credono che sia ancora importante mettere in moto energie per studiare il cibo, capirlo, raccontarlo e perchè no anche "liberarlo" da inutili fronzoli quando merita!



Grazie ad Elisa Pella, Paolo Marchi e a tutti coloro che si sono nuovamente adoperati per la buona riuscita di questa edizione di Identità Golose. 

Grazie a tutti. Aspettiamo già con ansia la prossima edizione..









Non so se capita anche a voi, ma spesso quelle che ignoriamo con più facilità sono proprio le bellezze che abbiamo accanto a noi. 
Vuoi perché le diamo per scontate, o peggio ancora perché rimandiamo di ammirarle, che "tanto sono vicine"...
Che vergogna, abito a Torino eppure non ero ancora mai stata a Novara, ho sempre rimandato una visita, con l'idea che tanto potevo andarci facilmente quando volevo.
L'occasione è arrivata i primi di dicembre con il #Blogtour egregiamente organizzato dalla #ATL di Novara. 
Grazie a Paola Colombo, la nostra guida simpatica e preparata, ho scoperto luoghi, persone e sapori novaresi, che lo confesso mi hanno piacevolmente sorpresa.
Un tour così bello che ho rimandato di raccontare perché non sapevo proprio da che parte cominciare, così ricco che non si potrà certo esaurire con un post. A meno di non volere i miei lettori morti di noia, ma ovviamente lungi da me!

Eppure da qualche parte si deve iniziare, così incomincio idealmente dal principio pensando a deliziarvi con un dolcino per la colazione, che oggi ho preparato per voi, regalandovi anche la ricetta dei Biscottini di Novara... 




... e guarda caso sono stati proprio loro l'oggetto della nostra prima tappa in quel di Novara! 


Quelli di Novara i Camporelli sono dei biscottini senza grassi, semplicissimi e genuini, fatti con soli 3 ingredienti: uova fresche, zucchero e farina, preparati ancora oggi con una ricetta antica di cui non si conoscono con esattezza le origini. 




Pare che la ricetta risalga al 1500 e fosse custodita nei monasteri in cui anticamente solo le monache potevano disporre dei preziosi ingredienti per realizzare i biscotti. Successivamente per poter essere inviati alla corte papale e mantenerne intatte le caratteristiche durante il viaggio, vennero cotti una seconda volta. Insomma dei veri e propri bis-cotti, preparati ancora oggi secondo l'antica ricetta. Il Biscottificio dei Camporelli sforna biscotti dal 1852.

https://twitter.com/twitAnysecret/status/674887500545007616

Torino e Novara, architettonicamente parlando, hanno qualcosa in comune! Devono entrambe la loro fama allo stesso geniale architetto: Alessandro Antonelli, autore della Mole Antonelliana torinese e della Cupola di San Gaudenzio simbolo di Novara
Una storia bellissima quella della costruzione della cupola, che i più curiosi potranno leggere qui.
Prima della ricetta voglio lasciarvi ancora qualche foto, tra cui quella del gigantesco compasso che Antonelli dovette costruire per disegnare prima e poi erigere, le volte della Cupola di San Gaudenzio. Maestosa opera davvero bellissima.


E come promesso eccovi anche la ricetta dei biscotti.
Dopo sei anni di blogging ho una certa esperienza quando cerco una ricetta in rete, e mi crederete se dico che so di chi fidarmi e di chi no! 
Per cui, nel mare della rete ho scelto la ricetta di Alice, ero certa di andare a colpo sicuro. Infatti non mi sono sbagliata è risultata perfetta: grazie di cuore Alice!


Ingredienti:(Dosi per circa 50 biscotti)
200 gr di farina 00
200 gr di zucchero semolato
3 uova
1 tuorlo


Procedimento:
Sgusciate tutte le uova ed il tuorlo in una ciotola, aggiungete lo zucchero e montate con le fruste elettriche fino a che il composto non risulti soffice, chiaro e spumoso (dovrà anche essere più che raddoppiato di volume). Aggiungete la farina poco alla volta setacciandola mano a mano che sempre con le fruste per incorporarla di volta in volta. Mettete il composto in una tasca da pasticcere con il beccuccio liscio, e strizzate il composto sulla placca ricoperta da carta forno facendo in modo di formare dei bastoncini di 7-8 cm di lunghezza che disporrete ben distanziati. Scaldate intanto il forno a 180°C (io ho abbassato a 150°C). Dopo averli preparati non aspettate troppo ad infornarli altrimenti tutta la fatica fatta per incorporare l'aria della massa montata, andrà persa. Cuocete i biscotti per 15-20 minuti (a me ne sono bastati 15 in forno caldo, perché il mio forno è molto aggressivo) o comunque fino a che saranno leggermente dorati

Togliete i biscotti dalla placca e fateli raffreddare su una gratella per dolci. Si conservano per diversi giorni anche nella classica scatola di latta.





NOTE PERSONALI: 
I Biscottini di Novara, ricordano nell'aspetto e nel sapore i più noti e commerciali "Pavesini", che non sono altro che una nuova versione dei Camporelli. I pavesini prodotti già dal 1937 a Novara prendono il nome dal loro autore Mario Pavesi, che all'inizio del dopoguerra pensò di commercializzarli in pacchetti singoli, riscontrando un successo di pubblico ancora oggi attuale.

L'appuntamento è come sempre alla prossima ricetta.
Un abbraccio



Da pochissimi giorni, per l'esattezza dal 7 settembre, nei reparti ortofrutta dei supermercati ha fatto capolino un nuovo protagonista: il Nergi© distribuito da Ortofruit.
Eccolo in tutta la sua bellezza: 


Il 29 e 30 agosto ho avuto il privilegio di partecipare all'Educational Tour organizzato da QuidaNoi.

Il mio compito nel corso della sfida tra blogger alla 66° Sagra del Peperone di Carmagnola Ã¨ stato quello di illustrare le proprietà nutrizionali del Nergi oltre ovviamente degustarlo, cercando di dare le mie impressioni e fare alcune prime considerazioni.
Avevo già assaggiato il Nergi lo scorso anno a novembre, e ne avevo già parlato in un mio post qui, sempre a Saluzzo, la patria produttiva del Kiwi dove è tuttora coltivato. Il Nergi è un baby-kiwi non è un OGM (organismo geneticamente modificato), al contrario è al 100% naturale, con pochissime calorie e tantissime interessanti proprietà dal punto di vista nutrizionale. E' un frutto ricchissimo di Vitamina C, di fibre e Vitamina E, antiossidanti, calcio, magnesio e potassio come si può leggere nella sua scheda nutrizionale anche qui. Particolarmente adatto quindi ad anziani e bambini, ma anche a chi è sempre di corsa e ha bisogno di una carica speedy-express anti-fatica ed anti-stress sempre a portata di mano
Un frutto tutto verde molto carino anche da vedere, con un gradevolissimo sapore (a mio avviso più dolce e gradevole del kiwi che conosciamo!) che si mangia come un frutto di bosco, con tutta la buccia. Il che lo rende perfetto come frutto da spizzicare, uno snack adatto a qualsiasi momento, specie se utilizzato per una sana merenda, perchè molto amato dai bambini, come ci dicono i francesi, che hanno commercializzato il Nergi prima di noi e hanno quindi già avuto modo di raccogliere le prime impressioni.
Insomma sarà il nuovo frutto per l'autunno come ho scritto anche qui



Anche il kiwi che conosciamo è originario della Cina, fa parte del genere Actinidia, di cui esistono 3 specie:

  • Deliciosa
  • Chinensis
  • Arguta
La varietà cui appartiene il kiwi classico "peloso", insomma quello che tutti ben conosciamo è della specie Chinensis, oppure Deliciosa, la cui varietà più coltivata in Piemonte è l'Hayward. Da diversi anni però questa specie è stata colpita da una grave batteriosi da Pseudomonas, un batterio infestante che ha letteralmente dimezzato le coltivazioni di kiwi, perchè non esiste un rimedio e occorre tagliare le piante infestate. Di 7000 ettari coltivati in Piemonte oltre 3000 sono stati colpiti, con gravissimi danni economici per i produttori. Per questo si è pensato ad una nuova sfida, cercando una varietà di kiwi che fosse resistente alla batteriosi. 
Si è così arrivati al nuovo kiwi-berry, il Nergi appunto, che è stato ottenuto da botanici neozelandesi con diversi innesti partendo da una varietà selvatica di kiwi originario della Cina Occidentale resistente al freddo e appartenente alla specie Arguta
Le due varietà che possiamo trovare in Italia oggi in commercio sono la Rua e il Tahi (sopra in foto).



Enrico Barra, il tecnico agronomo soprannominato "l'Uomo Nergi", ci ha illustrato tutte le caratteristiche peculiari del frutto, che successivamente abbiamo potuto anche degustare, mostrandoci i frutti, direttamente nel frutteto. I frutteti sono tutti coperti da sottili reti scure che proteggono i delicati frutti dal troppo sole e dalla grandine che potrebbe irrimediabilmente danneggiarne il Nergi. La raccolta deve essere fatta a mano tra settembre e novembre. Il consumo del Nergi inoltre non è immediato, i frutti raccolti infatti non sono ancora pronti da mangiare, devono seguire un affinamento in frigo. Dopo essere stati conservati per una decina di giorni a bassa temperatura, possono quindi essere immessi in commercio.
  

Il Nergi dunque è al suo anno zero, ma direi che le prime impressioni alla degustazione, sono state ottime.
A partire dal gelato al Nergi, degustato da Più di un gelato, gelateria gestita da una cooperativa sociale che ha puntato sulla eccellente qualità delle materie prime, già insignita di numerosi premi come scrive anche Pasquale qui e con ottime recensioni anche su Tripadvisor.
Il gelato al Nergi è un gelato dal colore vivace e davvero sublime preparato da un simpatico ed appassionato maestro gelatiere Alfio Tarateta che, con il Nergi, l'acqua e 20% di zucchero aggiunto, ci ha preparato un sorbetto così cremoso e buono che non si può scordare. 


Così come l'intero menù dello chef Giancarlo Piccarreta tutto dedicato al Nergi dal primo al dolce, servito nella bellissima location del Caffe Up di Umberto Palermo un caffe social, trendy come il suo ideatore, molto ricercato nel gusto, ma nello stesso tempo con spazi e personale così attento da farti sentire a tuo agio. Impresa non facile preparare un intero menù con il Nergi, soprattutto la sfida di doverlo cuocere, ma la degustazione non ci ha lasciati indifferenti. 
Davvero particolarmente ben riusciti a mio avviso l'abbinamento con il risotto e con il dolce.



Ed infine il giorno seguente una degustazione servita direttamente nel frutteto dove è stata la volta del pranzo, allestito su un meraviglioso tavolo in loco per un ottimo buffet tutto a base di Nergi. 



Detto ciò credo sia assolutamente doveroso un mio sentito e speciale ringraziamento alle ragazze della cooperativa Dstile nelle persone di Irene Bongiovanni e Michelle Aggio per la loro sempre impeccabile organizzazione durante le giornate del tour e all'instancabile #fatinasupertrottola Renata Cantamessa, che dopo questo evento meriterà forse un nuovo titolo ad onorem: #FataNergi?
Grazie anche a tutti i partecipanti, alcuni oramai volti amici.

Prossimamente vi presenterò una mia ricetta ideata per il Contest utilizzando il Nergi per suggerirvi un suo possibile abbinamento.

Per ora il mio consiglio è ovviamente quello di assaggiarlo, per vedere se vi piace.
E non posso che fare il tifo per tutti quei coraggiosi produttori: 500 aziende agricole della mia regione, che hanno scommesso su questo nuovo frutto, facendo loro un grandissimo in bocca al lupo. 
E naturalmente auguro un grande successo di pubblico anche a lui il nuovo arrivato super-frutto dell'autunno: forza Nergi #nergizzaci tutti, che ne abbiamo bisogno! 

Alla prossima






I pensieri e le recensioni su questa manifestazione sono sempre i più disparati. 
Contrastanti, discordanti che a volte leggendoli, ti chiedi se sei davvero stata nello stesso posto... 
E così sia mi viene da dire, forse guai se non fosse così!  
Negli occhi di chi guarda è racchiusa la bellezza, così come la saggezza e l'umiltà con cui si appresta a raccontarla.
Ciò che scriverò è ovviamente il mio parere, su ciò che ho recepito, ciò che ha colpito me, ciò che mi ha fatto riflettere di più
E non è certo compito mio disquisire sulla "coerenza" di alcuni chef tra il loro dire ed il fare e sinceramente nemmeno mi interessa. 
E poi diciamolo, forse me lo posso pure permettere, visto che non sono "nessuno" e scrivo qui per il puro piacere di farlo!
Detto ciò, la sensazione che prevale in me quando arrivo a Milano per Identità Golose è l'avidità. 
Proprio così, avidità di imparare, di cercare di carpire e capire il più possibile, e ogni volta non resto delusa, mi porto a casa tanti bei pensieri.
Il tema di quest'anno: una sana intelligenza era molto caldo.
Intanto per la concomitanza con Expo alle porte, che mette tutti sulle spine, e poi perchè come hanno ricordato in più d'uno, per essere Chef oggi è un bel momento certo, tanta fama e la scena a disposizione, eppure aggiungerei, è anche un momento molto delicato, perchè gli "uditori" a volte creano aspettative ingiuste.
Dal canto mio, lo ribadisco, l'intento è quello di imparare anche dai famosi chef, così come da chiunque. 
Non devo far crescere un'audience, non mi interessa fare polemiche e non le farò. Ciò che mi sta a cuore invece è condividere il sapere e tutto il bello che ho visto e ascoltato anche questa volta, per me la quarta, in questa edizione di Identità Golose a cui ho partecipato.



Non posso proprio non cominciare da lui, Massimo Bottura che visibilmente emozionato ha iniziato il suo talk coinvolgendo il pubblico, non solo per ciò che fa e dice, ma per come lo racconta, per come sa coinvolgerti emotivamente catturando la tua attenzione fin dal primo istante, perchè è inutile girarci intorno, ha davvero un carisma innegabile. 
Parte subito con le sue riflessioni filosofiche, sul senso di responsabilità che come chef sente nel dover parlare, quest'anno l'anno di EXPO, non per raccontare se stesso, dice, ma per dar spazio alle persone, perchè il nutrimento accomuna tutti anche nei diritti. 
Parla dello spreco, di come sia importante recuperare. 
Non dobbiamo mai dimenticare le nostre originida dove veniamo.
Il recupero fa parte della nostra cultura gastronomica, fino agli anni '50 era proprio ciò che facevano i nostri nonni.
Recuperare non è degradante, ma un atto di volontà e di forza: 
è riconquistare
E parte dal pane. Da sempre alla base di ogni pasto, il pane perduto dei francesi, o pane guadagnato dai belgi, ma la sostanza non cambia, del pane non si spreca nemmeno una briciola.
E commuove la platea raccontando come sono nati i passatelli, tipici della sua terra, raccontando come i monaci nel refettorio raccogliessero ogni giorno le briciole cadute sul desco, che finivano per riempire un barattolo di vetro che a fine settimana era pieno e al sabato si procedeva con il recupero delle briciole di pane cuocendo i passatelli.
Tante forse le storie come questa, che abbiamo dimenticato. 
Tornare indietro nel tempo aiuta, a non perdere di vista quella sacralità del cibo che oggi forse, per causa della sua troppa abbondanza, abbiamo davvero dimenticato.
Magistrale il suo piatto pensato per EXPO, ispirato anche da Carlin Petrini, che ricorda la sua zuppa di latte dell'infanzia. 
Da qui l'ispirazione e l'idea di riprodurla in chiave moderna: spuma e gelato di latte e zucchero con briciole di pane croccanti valorizzate da una cialda d'oro per indicarne la preziosità. 
E i suoi passatelli tutti "recuperati" da bucce e scarti di ortaggi essiccati, resi farina, lavorati e leggermente affumicati, come il brodo preparato con le bucce di verdure essiccate in forno e lavorate in estrazione per esaltarne la mineralità. 
Ma anche le bucce di banane marce, che da un'idea del suo Sous Chef diventano un "gelato color cemento".
Insomma l'idea della sostenibilità e del non spreco è la chiave del suo intervento, in cui sottolinea anche come "scartare/buttare" significa gettare la spugna, arrendersi e ovviamente non si deve.

Bottura infine illustra il suo progetto di solidarietà per Expo, ovvero il Refettorio Ambrosiano, voluto anche dalla Caritas diocesana milanese, un progetto elogiato anche dal Papa, con un duplice intento, offrire un pasto di solidarietà evitando lo spreco alimentare. In primis ha visto il recupero di uno spazio urbano milanese nel quartiere Greco, un ex teatro abbandonato dagli anni trenta, che sarà completamente ristrutturato e in cui in occasione di EXPO, vedrà per un mese l'alternarsi in cucina di 40 chef stellati da tutto il mondo, che con creatività e sapienza, con le eccedenze alimentari raccolte da Expo, valorizzeranno il cibo che altrimenti andrebbe sprecato, offrendo un pasto a chi ne ha bisogno. 


Chi mi segue e mi conosce sa del mio amore per il lievito madre e gli impasti.
Va da sè che non potevo perdermi nemmeno quest'anno Identità di pizza. Appuntamento fisso oramai per me, ed è bello rincontrarsi ogni anno e fare il punto della situazione, sentire che c'è sempre spazio per migliorarsi, per progredire e andare avanti e come dice Franco Pepe anche grazie ad Identità Golose si cresce, perchè ti poni ogni anno domande nuove, lavori su nuovi quesiti e quindi migliori di anno in anno! 
Lo scorso anno come avevo raccontato qui, era arrivato con la valigia dei prodotti del suo territorio, quest'anno invece seguendo il tema di questa edizione, trattandosi di "sana intelligenza" ha pensato ad una pizza che fosse oltre che buona, e ve lo assicuro perchè l'ho assaggiata, anche sana.
La sua pizza sanacore  Ã¨ studiata  un pò a tavolino. 
Insieme a cardiologi, e un nutrizionista che suggeriscono i valori nutrizionali che servono per una pizza che possa mangiare anche chi ha problemi di salute. 
La cosa che mi colpisce sempre di Franco è la sua spontaneità, quella semplicità nei gesti che lo rendono davvero come lui stesso si definisce, un vero artigiano della pizza. 
Un approccio sensoriale il suo: perchè un pizzaiolo lo sente con le mani il punto di pasta, un grande insomma.



Un artigiano dell'impasto che porta con sè la tradizione: di impastare a mano, di fare la pizza come la facevano suo padre e suo nonno, usando i prodotti del suo territorio: la tradizione appunto.

Però lui non si accontenta, non si ferma lì. Va avanti e studia i singoli ingredienti che mette sulle sue pizze, facendosi aiutare da chi ne sa di più, Vincenzo, suo amico agronomo che scopre grazie agli amici dell'università, che stanno studiando le proprietà antiossidanti di più di cento specie di pomodori, che il pomodoro riccio, quello che usa Franco, è quello più ricco di antiossidanti. Il pomodoro riccio è un pomodoro che non ha bisogno di trattamenti, nè di troppa acqua. Un pomodoro adattato a quel territorio, perchè altrimenti ci sarebbe la biodiversità ed è così importante preservarla? 

Lo studio dei prodotti del territorio: ecco l'innovazione.
Insomma sposa perfettamente quella che è anche la mia idea: usare "gli antichi saperi" guardandoli in chiave moderna, con le conoscenze che abbiamo oggi, cercando di capire e reinterpretare, per sfruttarle al meglio, quelle che sono le nostre tipicità territoriali. 
Franco fa il pizzaiolo, come suo padre e suo nonno prima di lui, ma usa la cooperazione, che tanto mi piace, il gioco di squadra, in cui il contadino suo amico gli coltiva il pomodoro riccio, l'agronomo studia e riscopre i prodotti del territorio usati da sempre (e un motivo dico io ci sarà!) e un altro amico, esperto di forni, gliene costruisce uno elettrico apposta per lui, tarato sulle sue esigenze! Tante competenze messe insieme, una squadra vincente per fare una pizza di altissima qualità.
Ecco io trovo tutto questo straordinario, un bellissimo approccio solo da imitare.


Tutt'altro approccio e stile, ma ugualmente encomiabile e straordinario, quello di Simone Padoan, e le sue pizze con lievito madre. Ognuno porta se stesso nella sua cucina, si racconta anche attraverso ciò che fa e come lo fa. Sempre attento ai minimi dettagli Simone, ricercato e scrupoloso, e durante il suo intervento di quest'anno, ripercorre i suoi vent'anni di I tigli e ci regala un excursus con un video davvero emozionante.


Ed infine, ma non per importanza, la vera rivelazione per me quest'anno è stato Renato Bosco, il pizza ricercatore, di cui però vi parlerò con più calma in un altro post dedicato solo a lui e ad una sua bellissima iniziativa.


Così come di un altro bravissimo pasticcere Gianluca Fusco e le sue architetture di gusto, delle vere e proprie opere d'arte.
Racconta ad Identità piccanti, come il peperoncino un ingrediente che lui detesta, sia stato oggetto di un suo approfondito studio, perchè un professionista non può ignorare un ingrediente solo perchè non gli piace. Encomiabile.
Parla di capsicina, di peculiarità del peperoncino, e delle sue molteplici caratteristiche, così precise e dettagliate, che neanche ad una lezione di biochimica!
Davvero bravo e poi ci prepara un dolce, assaggiato in sala, che è davvero il dolce più straordinariamente sorprendente che io abbia mai assaggiato.



Nulla meglio del cibo può raccontare una storia e farci viaggiare lungo la nostra bella Italia!
E allora buona cucina a tutti!
E il mio grazie sincero a tutte le persone che credono che sia ancora importante mettere in moto l'intelligenza per studiare il cibo, capirlo, raccontarlo e perchè no anche celebrarlo quando merita!
Grazie a Paolo Marchi, Elisa Pella e a tutti gli organizzatori di Identità Golose, che anche quest'anno hanno reso possibile tutto questo. 
Grazie a tutti.


Alla prossima